Redivivo

Sopito e immemore, pena il cor che del pulsar s’avvede.
Sebben, desto appena, ad amor non crede,
ha d’aver contezza del respiro cocente
e dello smarrimento che soffre la mente.

Il fuoco mai spento, indistinto,
sotto la cenere languiva intatto,
in attesa di un vento,
che lo rendesse nuovamente scarlatto.

Sentire ancora: avevo obliato,
poter essere uomo come in passato,
con l’intelletto che alla pari del cuore,
soffre mancanza e soffre d’amore.

Ha perso, è sconfitto, dov’è dunque quel golem?
Dove son ora i suoi moniti, dov’è il suo livore?
Quanta forza sprecata a fabbricare difese,
mura, cuffie e fredde pretese.
Esse ora giaccion disfatte lasciandomi nudo,
senza più scuse e senza uno scudo.
Dove sei tu ora, mio algido calcolatore?
Non hai più credito né godi rationem.

Ritrai le milizie che avevi schierato,
la pace armata è finita, sii esonerato.
Stai lungi non troppo da me tuttavia,
poiché del mio iter ignoro la via.
Saremo assieme, come in passato:
carne e nervi, morale e peccato.